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Palla Bianca-Weisskugel

La Palla Bianca (Weißkugel in tedesco) è con i suoi 3.738 metri la quarta montagna più alta del Trentino – Alto Adige (dopo OrtlesGran Zebrù e Cevedale), e la terza cima più alta d’Austria dopo Großglockner e Wildspitze con una differenza di poche decine di metri. Orograficamente appartiene alle Alpi Venoste, sottosezione delle Alpi Retiche orientali[1].

 

Si inizia da qualche parte, non sempre dal principio.
I momenti che si sono fissati nella nostra memoria, pur chiari e ricchi di particolari, non sempre sono collocati in un passato ben definito.
Così sono i ricordi che sedimentano dentro di noi.
Il vissuto di oggi sarà il ricordo di domani anche se talvolta quando lo stiamo vivendo non ce ne rendiamo conto, lo viviamo e basta; perchè sia indelebile un ricordo deve essere per forza legato ad un emozione, positiva o negativa non importa.
Io e il mio giovane amico Andrea siamo in Vallelunga, Alto Adige, la nostra avventura con gli sci è da poco iniziata.
Questi straordinari arnesi appena scoperti ci hanno aperto un mondo nuovo tutto da conoscere e lo vogliamo fare a modo nostro.
Dopo aver divorato le guide e le pochissime foto a disposizione, si parte carichi di grandi aspettative, ansiosi di vedere dal vivo queste montagne prima solo ammirate in bianco e nero nell’unica foto disponibile.
Internet era agli albori e la diffusione dell’informazione sulla montagna era veramente nulla.
Bisognava andare, provare e scoprire se tutte le nostre paure si sarebbero dissolte al cospetto di queste mitiche montagne.
Tutto questo mondo fa parte di un immaginario costruito su lunghe letture di libri, guide e racconti raccolti qua e là. La mitizzazione dei luoghi e dei nomi racchiudono in sé tutta la forza del significato delle parole legate a questi luoghi e alla storia della montagna.
Il Colle dell’Innominata, l’Androsace, Col Moore, Rocher Gruber..quale fascino hanno questi nomi, che forza attrattiva li lega in modo indissolubile alla loro storia, quale alone di magia e mistero circonderà mai questi posti?
Bisogna quindi andare a vedere per capire.
La forza delle parole e dei nomi sono legate a un luogo.
Mi immagino già i primi pionieri che timidamente si affacciavano con lo sguardo oltre le grandi masse glaciali del Rosa, dove l’ignoto segnava il confine con il loro piccolo mondo di valligiani; il loro mondo finiva lì, oltre c’era l’ignoto, forse un nuovo mondo.
L’alternarsi delle glaciazioni avevano finito per separare popoli che prima erano comunicanti, i passi che prima erano valicati, ora erano coperti di ghiaccio. Così le popolazioni Vallesi che emigrarono oltre il massiccio del Rosa nel XIII secolo, durante il periodo di optimum climatico, ora nulla sapevano delle loro terre di origine.
Tutto era caduto nell’oblio.
Si creò così la leggenda di una valle perduta, incantata e ricca e di una città famosa, ormai sommersa dal ghiacciaio per colpa dell’Ebreo Errante: la città di Felik, ancora ricordata nei toponimi del ghiacciaio di Felik e della punta Felik.
Nel luglio 1778, sette giovani gressonari, Valentino e Joseph Beck, Joseph Zumstein, Nicolas Vincent, Sebastian Linty, Étienne Lisco e François Castel, tentarono l’impresa di valicare il Monte Rosa per scoprire la valle perduta ma per il brutto tempo dovettero tirarsi indietro. Il 15 agosto si riprovarono e raggiunsero la sommità del ghiacciaio del Lys, oltre i 4.000 m (otto anni prima della conquista del Monte Bianco): era iniziata la storia della conquista alpinistica della montagna.
Il luogo raggiunto fu da allora chiamato Roccia della Scoperta (Entdeckungsfelsen, quota 4.277 m]. 
Cosa li aveva guidati fin lassù? un mito, una leggenda che affondava le radici in un passato remoto di un nome sussurato nelle serate d’inverno dai vecchi davanti a un fuoco acceso.
Le parole avevano creato il mito.
L’ignoranza creava i miti, la conoscenza li distruggeva.
Era l’inizio della fine. Un poco alla volta un mito si sgretolava e ne iniziava un altro fatto di conquiste di territori mai esplorati fino ad allora. 
Iniziava L età dell’oro dell’alpinismo.
Tutto era nuovo, da fare, da conquistare, si poteva legare quindi il proprio passaggio in quei luoghi al proprio nome, in modo indelebile nella storia dell’alpinismo appena nato.
Di fronte a noi si piazza Lei, una “uoma”dalla stazza notevole fornita anche di baffi, era la Kapó del rifugio PIo IX, la quale ci guarda con un’espressione corrucciata forse un poco disgustata mentre ci dice:
– Niente posto se non avete prenotato.
Io guardo Andrea e lui dice: 
– Che ne sapevamo noi che bisogna prenotare?
La Kapó ci squadra, scuote la testa e brontola: 
-Questi italiani!.
Poi se ne va.
Ora, noi dopo aver salito in giornata la Palla Bianca da Melago, avremmo voluto fermarci per fare un altra cima il giorno seguente.
Ma dov’è che avremmo dormito?
Inseguo la “uoma” e la prego di darci un posto. Ci metterà nel Lager, quello che un tempo era il vecchio rifugio e che nella stagione invernale funge da Bivacco, trovare il posto sarà un problema nostro ci dice lei.
Devo dire che a quel tempo non avevo la minima idea delle innumerevoli maldicenze sulle differenze Italiche-Svizzere-Tedesche e relative ai rispettivi popoli.
Dicerie alimentate senz’altro da prevenzione popolare, campanilismi beceri e nazionalismi populisti.
Gli Svizzeri sono così, gli Italiani cosà..ma in ogni leggenda, in ogni modo di dire è radicata una piccola verità sulla quale si sono costruite ad arte innumerevoli bugie.
Anche se non ero prevenuto, la vita mi avrebbe insegnato questi distinguo.
Ma il seme della verità c’era, e non tardai a scoprirlo.
Due secoli di invasione lasciano il segno tra due popoli.
Il rifugio era strapieno e questo obbligava a fare i turni anche per mangiare. Prima i tedeschi; noi italiani si stava tutti fuori perché dentro non c’era posto per tutti.
La sera in montagna a maggio, quando cala il sole a 2800 metri caldo non fa…
Osservo questi teutonici commensali sbranare ogni tipo di cibarie, sembra un banchetto di eroi del Whallallha dove la birra scorre a fiumi e questi personaggi notoriamente poco inclini alla parola conversare animatamente persino ridendo!!
Sembra che non abbiano affatto fretta di finire per lasciare il posto a noi che ci stiamo gelando le chiappe qui fuori! 
Anche chi ha palesemente finito non si schioda dalla sedia e la Kapò lì tratta con tenerezza .
Tra noi italiani prima si fa largo l ‘insofferenza, poi indispettito inizia un mormorio che si trasforma in aperta ribellione quando io capeggio quella che sarà una vera e propria rivolta.
Entriamo nella sala senza essere invitati come un onda che si infrange sugli scogli dilaghiamo tra i tavoli tra gli sbalorditi teutonici.
Uno a uno li facciamo alzare fatta eccezione per chi sta ancora mangiando e occupiamo i capisaldi della sala.
La Kapò sentito il frastuono tenta di fare resistenza, ma nulla può contro il numero degli affamati.
Ma subito identifica in me il Robespierre della situazione.
Finalmente siamo seduti; non posso fare a meno di osservare alcune cose.
La cucina del rifugio è situata al piano di sotto e un pratico ascensore porta vivande mette in comunicazione i due locali.
Le ordinazioni vengono passate da questo buco verbalmente.
Alcune volte in italiano, altre in tedesco.
Sarà un caso?
Osservo poi che le portate ai tavoli dei tedeschi sono abbondanti, perlomeno il doppio di quelle degli italiani.
Non ci volevo credere ma era così… le ordinazioni fatte in tedesco erano per tedeschi con porzioni per tedeschi, quelle fatte in italiano per italiani con porzioni misere per italiani.
Questa cosa non la noto solo io. Anche agli altri commensali salta la mosca al naso, qualcuno protesta timidamente, ma la nostra Teutonica tiene ruvidamente tutti a bada.
La cosa buffa è che questo è un rifugio italiano, in territorio italiano ma sembra di essere in territorio straniero e noi degli indesiderati clandestini.
La notte nel Lager non risulta particolarmente edificante. Sopravvivere a una notte in un tugurio maleodorante, pressati come sardine con un aria fetida pronta ad incendiarsi alla minima scintilla è un esperienza comune a molti alpinisti, è lo scotto da pagare per poter realizzare i propri sogni. Normalmente nessuno si sottoporrebbe a questi disagi: freddo, sporcizia, sete e stanchezza croniche..
Ma lo cosa più odiosa in assoluto durante il pernottamento in questi posti non è il vicino dì branda che russa come una segheria, no. Sono le famigerate borsine di plastica che nel silenzio della notte qualcuno agitata disinvoltamente cercando chissà cosa. Come il rumore di una caramella gigante che viene scartata nel silenzio più assoluto.
È ancora notte quando veniamo vomitati fuori dal Lager. Anche solo per fare semplici operazioni come vestirci bisogna uscire, non c’è spazio lì dentro.
Scintilla la neve sul ghiacciaio, la luce lunare accarezza i profili, siamo in marcia verso una cima dal nome impronunciabile.la neve marmorea ci obbliga a calzare i rampanti. Da buoni neofiti lo facciamo sempre quando è troppo tardi e nel posto sbagliato. Lo guardo rotolare rapidamente tintinnando giù per il pendio ripido.. addio rampante!!
In vetta siamo soli, è una giornata strepitosa e la parata di montagne innevate è spettacolare. Resta da raggiungere la seconda cima di questa montagna, calziamo i ramponi e , battendo la traccia in breve siamo in cima. Al ritorno un gruppo di ragazzi tedeschi ci fa compagnia. Giovani, molto giovani. Facciamo la discesa insieme. Mi aspettano al varco, tocca a me ora saltare di slancio un grosso crepaccio che ci sbarra la strada. Loro di là, tutti a fare il tifo con entusiasmo da stadio. Andrea sa sciare ma io metto insieme a malapena due curve.
Quando arrivò di la i ragazzi mi festeggiano. Forse sono ancora troppo giovani e non hanno ancora imparato il pregiudizio dei padri e dei nonni.
O forse più saggiamente li hanno istruiti sul loro passato costringendoli ad essere migliori dei padri e dei nonni, ad andare oltre il conflitto bicentenario che ha devastato mezza europa.
Le nuove generazioni sapranno andare oltre?
Ancora una volta la chiave sarà la conoscenza che porta a capire e non a temere.
I miti e i pregiudizi cadono di fronte alla prova della conoscenza.
Fatta in prima persona, appurata, toccata..
Così questi ragazzi così diversi da noi ci faranno compagnia tutto il giorno pur scambiandoci solo poche parole.Abbiamo più cose che ci uniscono che quelle che ci dividono.
La lingua non è un problema.
Tra di loro scoprirò anche il figlio della Kapò. Così diverso,aperto e sensibile.
I figli sanno trarre dai genitori il meglio, anche se la lezione che viene data loro è di intolleranza e pregiudizio.
Anche i Gressonari, una volta tornati al loro villaggio avranno parlato della loro scoperta.Di là di quelle masse glaciali non si cela nessuna città, nessuna valle perduta.
Ma neppure nessun demone infesta le cime.
Sono tornati più liberi, si è aperto realmente per loro un nuovo Mondo, l’oscurità dell’ignoranza svanisce e lascia posto alla speranza, a nuove prospettive per quel piccolo villaggio chiuso da tempo immemore in quella valle.
Quanti avranno creduto al loro racconto? quanti si sarebbero arresi all’evidenza? Oppure ancora testardamente si sarebbero attaccati alle loro paure non accettando il cambiamento?
e’ un percorso che, se abbiamo la fortuna di fare anche noi uomini ci può cambiare.
Può abbattere dentro di noi quelle barriere costruite in anni di pregiudizi e superficialità verso il prossimo.
Un lungo e inconsapevole condizionamento ha lavorato dentro noi, i mezzi di informazione, le notizie, le esperienze riportate da terzi, l’ educazione ricevuta e qualche disavventura personale; tutti mattoni che costruiscono un muro alto.
La differenze tra popoli lo cementa.
E i confini tra i popoli ne sono le cicatrici sulle Montagna.
Ebbi modo di riflettere proprio su questo una primavera, durante una bella escursione in Alto Adige.


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